Ed eccoci, dopo Papa Giovanni (tessera n.1), ad un altro nome glorioso da inserire nell’Albo d’oro dei Cappellani Militari. E non solo. Padre Giovanni Semeria, barnabita. Figura di primo piano nella vita culturale ed ecclesiale dell’Italia agli inizi del ‘900.

Il Dizionario Enciclopedico Italiano lo considera “uno degli uomini pubblici più in vista del cattolicesimo italiano” in quel periodo di transizione. Nacque a Coldiroli (Imperia) il 26 settembre 1867. Fu ordinato sacerdote nel 1890, a meno di 23 anni. “Rimase barnabita umilmente, piamente, fedelmente fino alla morte”, definì la sua scelta religiosa il Card. Giuseppe Siri; e, commemorandolo nel centenario della sua nascita al 5° Raduno Nazionale dei Cappellani Militari in congedo (a Genova), aggiunse: “Il Cappellano Militare riassume tutta la figura di Padre Semeria”.

Quando scoppiò la guerra nel 1914, Padre Semeria si trovava a Bruxelles, Cappellano dedito all’assistenza degli emigrati e delle loro famiglie. La Santa Sede obbligò i sacerdoti e i missionari all’estero a rientrare immediatamente in Italia. Nessuno doveva pensare che volessero sfuggire al servizio militare. Rientrò anche Padre Semeria, che aveva già 46 anni e quindi non poteva essere arruolato. A meno che… Conosceva la figlia del Gen. Cadorna, Carla: gli chiese di intervenire presso il padre. Presentò la domanda e il generale Capo dell’Esercito Italiano lo volle presso il Comando Supremo, a Treviso. Ma un successivo telegramma gli comunicò un contrordine: “si trovi a Udine”. Un passo indietro.

Padre Semeria era già conosciuto come autore di molti libri di storia del cristianesimo primitivo: Venticinque anni di Storia del Cristianesimo nascente (1900), Dogma, Gerarchia e Culto nella Chiesa primitiva (1902), La carità della scienza, la scienza della carità (1900), Il pensiero di S. Paolo nella lettera ai Romani (1903)…

Rimase coinvolto nelle polemiche moderniste, in quanto divulgatore della moderna critica storica. Fu accusato di modernismo. A torto. Annota Padre G. Bevilacqua: “Scribi senza cultura, senza lealtà, senza mandato, iniziarono una lotta abietta contro uomini insigni tra i quali P. Semeria”. Per questo abbandonò la ricerca scientifica per dedicarsi all’apostolato a favore degli emigranti. Dopo tanti anni qualcuno a Roma dubitava ancora della sua integrità di fede.

Doveva, perciò, tenere 10 conferenze nel duomo di Udine, per mettere a posto le cose. E’ sempre l’ortodosso e umanissimo Cardinal Siri a riferire. Padre Semeria obbedì. Ma a Roma non tutti furono soddisfatti. Molte le osservazioni, allora si decise a scrivere una lettera personale al Santo Padre Benedetto XV. Scriveva tra l’altro: “Santità, faccio notare una cosa sola, che delle dieci persone mandate a sentirmi per riferire, la più giovane aveva ottant’anni!”. Il Papa rise e disse: “Lasciatelo in pace, che faccia il suo bene”. E così cominciò la sua missione di Cappellano Militare a Udine.

Un grande Cappellano: secondo il cuore di Dio! Il Card. Siri racconta che al Comando Supremo lo chiamavano Padre Semprevia. E aggiunge: “La guerra non la vorrebbe nessuno; e ogni uomo, che è uomo, la guerra non la vuole. Ma quando c’è, bisogna prendere il fatto e ricordarsi che l’oppresso, il ferito, il morto, il depresso, chiedono una carica d’amore, di dedizione e di servizio… Egli sentì la guerra, ma non l’amò”.

Dopo aver compiuto i suoi doveri di assistenza spirituale al Comando, scappava per raggiungere i soldati al fronte, sofferenti e moribondi. Non amò le retrovie. Sempre in prima linea, a fare il prete, soltanto il prete: con umiltà, generosità e umanità senza limiti. Un cappellano moderno.

Significativa, cristallina e toccante la testimonianza (in un articolo del 1916, pubblicato dal Touring Club Italiano: I nostri Cappellani Militari) sull’opera e la missione dei Cappellani militari convocati nella grande guerra!

Per comprenderne la ricca e complessa personalità mi si perdonino ancora due citazioni del Card. Siri: “Padre Semeria era oratore e, come tale, fece lo sforzo di tradurre in linguaggio moderno gli elementi della fede e della morale. Talune sue… traduzioni furono anche improprie, non furono mai né eretiche né moderniste.

Basta leggere i suoi libri per capire che fu tutt’altro che modernista. Non credette né ad Hegel né al relativismo né allo storicismo…” Fondò, con G. Minozzi, l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. Girò la penisola in lungo e in largo per raccogliere fondi per i suoi orfani.

Nel trigesimo della morte, avvenuta a Sparanise (Caserta) il 15 marzo 1931, così lo ricordava S. E.R. Mons. Angelo Bartolomasi, grande e profetico Ordinario Militare: “Fu apostolo di carità tra i soldati, combattenti, feriti, infermi, quale Cappellano Militare volontario nella grande guerra. E fu meraviglioso nel tenere discorsi che erano amichevoli conversazioni con i soldati, a conforto, ad ispirazione di valore e di fiducia; quanti ne tenne! … Fu apostolo di carità nel dopoguerra. Erano caduti i padri, bisognava provvedere ai figli orfani…Intuì, volle, fece. Insieme all’amico D. Minozzi…volò in America del Nord, tenne conferenze, raccolse denari… per l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia…Quale e quanto lavoro per suscitare, scegliere, indirizzare, entusiasmare all’Opera molti collaboratori, laici, suore, sacerdoti! Fu un’anima grande e buona. Forte e soave; valoroso e virtuoso”.

Concludo queste curiose e modeste annotazioni con il giudizio sintetico proposto dal futuro Cardinale Giulio Bevilacqua nel lontano 1958: “Fedele a Dio, fedele alla Chiesa, fedele alla Patria, fedele al suo tempo, fedele ai vivi e ai morti. Pochi Cappellani, (credo), irradiarono intorno a sé il messaggio salvifico di Cristo con tanta forza e tanto amore quanto ne irradiò quel grande fanciullo che fu sempre Padre Semeria”.

Mons. Vittorio Pignoloni